L’ambulatorio infermieristico standard forse non è sostenibile
Aprire un ambulatorio infermieristico è il sogno di molti colleghi che si affacciano alla libera professione. Un luogo dove accogliere i cittadini, offrire servizi di base, diventare un punto di riferimento per la comunità. Ma c’è un punto che spesso viene sottovalutato: l’ambulatorio infermieristico “standard” forse non è sostenibile.
Se guardiamo al conto economico, infatti, le cose cambiano. Le spese fisse – affitto, utenze, assicurazioni, attrezzature – sono spesso alte, mentre le prestazioni più comuni che si immaginano come “core business” dell’ambulatorio (iniezioni intramuscolari, medicazioni semplici, misurazione della pressione, controllo glicemico, certificazioni di base) hanno un margine economico molto basso.
Fare due conti è semplice: per coprire i costi di gestione e ottenere un vero guadagno, sarebbe necessario un volume di prestazioni così alto da risultare irrealistico. Non basta “aprire la porta e aspettare i pazienti”. La libera professione infermieristica non può funzionare con le logiche di un piccolo studio di quartiere che sopravvive con pochi accessi al giorno.
La verità è che per rendere sostenibile un’attività libera professionale bisogna ripensare il modello. Occorre guardare a pratiche diverse e più complesse: servizi di presa in carico continuativa, consulenze per aziende, programmi di prevenzione e benessere, attività a domicilio, progetti con il territorio, nuove forme di medicina funzionale e rigenerativa. In altre parole, serve spostarsi da una logica prestazionale “a pezzo” a una logica di valore e di percorsi integrati.
Il Congresso Free&Care di Bologna (22 e 23 novembre) sarà l’occasione per affrontare anche questo nodo cruciale: come immaginare e costruire un futuro professionale davvero sostenibile per gli infermieri liberi professionisti. Perché i sogni vanno bene, ma senza un modello economico solido rischiano di restare solo buone intenzioni.
